Quinto Intervallo
Cameron Winter, Rob Reiner, insomma, New York
Benvenute e benvenuti nella mia newsletter Intervallo, questa settimana è quasi Natale e io sono in uno stato che poche ore fa ho rinominato “post stanchezza”. Non vedo l’ora che arrivino le agognate vacanze: dormire, guardare film, respirare per qualche giorno un po’ d’aria di mare d’inverno.
Ci risentiamo a gennaio ma dopo questo numero, Intervallo torna il 30 dicembre per offrirvi in dono la mia playlist del 2025, che conterrà i pezzi che ho ascoltato di più quest’anno (ma non solo pezzi usciti quest’anno)., Quella di questa playlist dentro e fuori dall’anno che sta per chiudersi, è una tradizione che porto avanti da qualche anno, di solito la mettevo sui miei social, quest’anno la metterò SOLO qui dentro per gli iscritti.
Intanto vi auguro buone feste, da trascorrere come vi pare, il disco che dovete ascoltare è questo capolavoro che qui gira incessantemente ogni anno per tutto il periodo delle feste: standard natalizi prodotti da quel matto delinquente di Phil Spector con il suo matto e meraviglioso stile wall of sound, concepì il disco in estate mentre stava lavorando a Be my baby delle Ronettes, che sono qui dentro a cantare insieme a tutti gli altri artisti che PS produceva in quel momento. Spector era di religione ebraica ma il Natale era il suo momento preferito dell’anno, i pezzi vengono perlopiù dal mondo del Natale laico infatti e questo mi pare un bene e uno dei motivi per cui questo disco non mi stanca mai. Fa commuovere e fa ballare, è il pop, maledizione, e quanto è pop una cosa come il Natale?
Colgo l’occasione per ringraziare tutte e tutti voi, persone che siete state su Intervallo in questo primo suo/nostro mese di vita, tutte e tutti quelli tra voi che mi scrivono cose bellissime e stimolanti, e vorrei anche invitarvi a scrivermi se non lo avete fatto per suggerimenti, idee, critiche (anche altri complimenti mi vanno bene nel caso) e insomma tutto quello che preferite. Amo scrivere qui sopra e ci aspetta, spero, un anno ricco di Intervalli di meraviglie.
Con amore.
Una cosa bella che mi manca sempre
New York mi manca ogni giorno, scriverlo fa un po’ ridere perché mi sembra di dire un’ovvietà, qualcosa che mentre esce dalla mia bocca (o dalle mie mani come in questo caso) mi porta a domandarmi se esista al mondo un essere umano che, tornato da NYC, non provi una nostalgia estrema ed estremamente naturale ogni giorno della sua vita. Ebbene, so che quell’essere umano esiste, c’è, ma non riesco a figurarmelo perché io di ritorno da questa città piango per dieci giorni, non ritrovo il mio corpo a camminare tra i palazzi bassi e mi sento persa. New York è l’unico posto nel mondo in cui mi è capitato di pensare di sentire un’appartenenza profonda (anche la Sardegna a dire il vero, ma in modo del tutto diverso, ne parleremo in altre puntate), a New York quell’appartenenza si declina in me come il pensiero di una vita reale e possibile, geograficamente alternativa alla mia, la possibilità di un presente altro, sempre mio, tanto mio e alternativo a quello che sto vivendo, il tutto formalizzato in un pensiero che mi dice: è a questa città che appartieni, solo che sei nata dalla parte opposta del mondo. Siamo fortunate, fortunati, non siamo nate e nati in territori di guerra, abbiamo vissuto le nostre vite in modi relativamente o assolutamente semplici e da privilegiati ma siamo qui e non a New York, i treni li prendiamo a Rogoredo o alla Stazione Termini, non a Grand Central e il nostro grattacielo di riferimento è il Pirellone; il mio pensiero, insomma, è che sia semplicemente andata così e a quest’evidenza bisogna un po’ arrendersi: la mia vita è qui ed è altamente probabile che non si sposterà mai a NYC benché la narrazione intorno alla città sia quella secondo cui nessuno è newyorchese e ciascuno può diventarlo, credo sia lecito dubitarne almeno in parte quando hai costruito una vita (felice) altrove.
Nella stretta calda dell’immaginario si muove insomma la mia mancanza, la mia nostalgia: tra le immagini dei film della New Hollywood, la colonna sonora di Tootsie e le musiche di Henry Mancini, l’appartamento di Afterhours di Scorsese, il perimetro di Union Square in The Conversation di Coppola e Union Square nei miei ricordi; tutte le scene di film girate da Bemelmans al Carlyle e i video di Paul McCartney che entra nel locale, il profumo di un pomeriggio di pioggia all’ingresso di una lucheonette dalle parti di Chelsea, una copia di Granta letta da uno studente della NYU appoggiato al bancone mentre fuori rabbuia e ordiniamo pollo fritto, waffel e insalata. Moltiplicate tutto questo per migliaia di altri frammenti sospesi tra il ricordo vivo e quello generato da centinaia di prodotti culturali fruiti allo sfinimento in quarant’anni di vita (i miei o i vostri, come preferite) e ne dedurrete questo tipo di nostalgia. Aggiungete un pizzico di Billy Joel e una spolverata veloce di foto di Paul Simon che balla come un pazzo con Shelley Duvall et voilà, il guaio è fatto:
New York non era la sua città e non la sarebbe mai stata: eppure…
Una cosa bella che vorrei aver fatto
La prima cosa che ho fatto, quando ho visto le immagini essenziali di Cameron Winter sul palco della Carnegie Hall, illuminato come un puntino nel grande buio, solo e in nero accordato in tutto e per tutto al suo Steinway & Sons, è stata calcolare la distanza a piedi tra il grande negozio del marchio di pianoforti sulla 6a e il teatro. Non ha senso questa cosa (ci vogliono circa diciotto minuti di camminata) ma l’immagine di Winter mi ha subito fatto ricordare che nella mia testa questi due luoghi erano vicinissimi e volevo verificare se fosse così anche nel mondo reale. Avevo in effetti ragione e il ricordo del negozio di Steinway & Sons che avevo fotografato una mattina, con un taglio di luce spiazzante del sole gelido di fine marzo dopo aver bevuto un caffè lentamente tra i giardinieri di Bryant Park, si era effettivamente ben agganciato a quello di quando, poche sere dopo, abbiamo deciso di andare ad ascoltare un concerto alla Carnegie Hall e rivedendo quei pianoforti (usati ovunque al mondo, è ovvio) ho immaginato che prima di ogni spettacolo, quotidianamente, qualcuno li facesse roteare a gran velocità sui marciapiedi di Manhattan, li portasse a bere una cosa alla Russian Tea Room per poi approdare alla Carnegie Hall.
Andare almeno una sera in quel tempio del suono per me era una faccenda imprescindibile, non si va a NYC, non ci si va con le mani in pasta nella musica tutti i giorni della propria vita, senza assistere a un concerto lì dentro. L’esperienza audio di quel posto, in effetti, avrei scoperto poco dopo aver fatto i biglietti, è interamente destabilizzante, non importa che tu sia un audiofilo o meno, lì dentro c’è il miglior audio che tu possa sentire in una sala da concerto, di certo il migliore tra quelli che ho ascoltato io in tutta la mia vita; la Carnegie Hall è uno spazio maestoso che ha ospitato la più straordinaria contaminazione live tra mondo della musica classica e pop, qualcosa di ambizioso che in Italia ci fa ancora litigare parecchio. Ci sono tre sale alla CH, la più grande, quella in cui io sono stata ad ascoltare un concerto dell’orchestra della Julliard con due biglietti fortunati fatti all’ultimo momento, ospita fino a 2804 persone, e si chiam Isaac Stern Auditorium. Mi fa sempre ridere quando si ricordano i nomi degli italiani che hanno suonato in questo tempio internazionale della musica (se cercate la lista completa capirete perché), ma non posso esimermi dal menzionare il live del marzo 1965 di una giovanissima Rita Pavone, che all’epoca aveva appunto solo 20 anni. Cameron Winter di anni ne ha 23 anni, qualcuno di più, e oltre a lui e a Rita Pavone, pochissimi altri giovanissimi hanno calcato quel palco, e tutti cantautori e cantautrici: Bob Dylan, Tim Buckley e Laura Nyro. Perché dovrebbe risultare tanto emozionante vedere un giovane autore esibirsi in un luogo di culto generalmente riservato ad artisti già affermati? Semplicemente perché è uno di quei momenti in cui ci sembra di scorgere il movimento del tempo in una prospettiva più lunga, in altre parole di poter immaginare come sarà il presente visto dal futuro, con la certezza che il futuro vedrà quello che noi stiamo vivendo e che dunque stiamo partecipando alla Storia - il sentimento eccitante dell’essere umano che partecipa alla storia con la S maiuscola, infatti, si inserisce pienamente nei valori emotivi della corrente Romantica.
Il concerto di Cameron Winter è durato un’oretta, non di più, è stata la rappresentazione pura dell’antishow: abiti neri, un pianoforte a coda di primo livello, nessun roboante effetto speciale, tutto lasciato a un’eventuale allucinazione visiva collettiva, tutto lasciato a un pubblico che cerca di capire e appena capisce qualcosa vede la festa concludersi; tra un pezzo e l’altro Winter si muove sul palco, simula coi piedi l’apertura delle porte, sembra cercare qualcosa, non capisco (non ero lì e ho raccolto solo molti frammenti) se si muove nervosamente o solo alla ricerca di un appiglio, un oggetto, un segreto invisibile nello spazio del massimo visibile (il palco, appunto), mi dico che allora cerca qualcosa che forse non è tangibile al corpo. Mi fa impazzire la scelta di dare le spalle alla platea, è una postura per nulla performativa ma in realtà di enorme resa spettacolare, appena ho visto il primo video di questa cosa ho pensato: non li vuole guardare perché è timido, ma ho anche percepito che non erano solo le persone quelle da non guardare ma pure il teatro stesso, tutto quel color oro luccicante che sembra abbracciare il palco, tutta la storia che ha contenuto che sembra non lasciare vie di uscita. E tutti a 23 anni vogliono almeno una via d’uscita.
A un certo punto della scaletta, in ogni caso, è salito sul palco Paul Thomas Anderson e ha iniziato a filmarlo a pochi centimetri dal volto, mentre da un altro punto, tra i palchi, un’altra camera stava filmando tutto. Che ne sarà di questo viso che canta, queste dita sul piano a distanza quasi amorosa dalla camera di uno dei più grandi registi americani in circolazione (anche il mio preferito)?
Nel 2025, occupato dal grande successo dei Geese, la sua storica band arrivata al terzo album, “Getting Killed”, e al tempio della consacrazione nei mesi scorsi (anche in Italia, col solito ritardo, hanno iniziato a parlare proprio tutti), Winter ha suonato da solo il suo primo album solista, “Heavy Metal”, poco più che una decina di volte. In qualche misura, suonare alla Carnagie Hall dopo solo dieci live da solo col tuo disco potrebbe apparire un fatto figlio di questi tempi di carriere discografiche accelerate, spinte al limite e sul punto del baratro di continuo per il desiderio delle major di lanciare, lanciare, lanciare, più che coltivare con atti certosini d’attenzione.
Winter, però, suona da sempre, la sua è la storia di un fuoriclasse che ce la sta facendo, a volte succede questa cosa e anche se è un mondo orribile che ci ha abituato che ci ha cresciuti a ingiustizie, è davvero tanto bello quando le cose girano per il verso giusto. Ci sono cose importanti nella cifra di Winter che mi pare mancassero da tempo in giro, almeno con questa forza e questa tenerezza insieme: la sua voce che non ricorda altre voci, ne contiene molte della storia (quella di Van Morrison o di Nick Cave, che lo apprezza moltissimo) ma non ne ricalca emotivamente davvero nessuna, è una voce capace di urla ed estensioni articolate e vaste ma anche di sussurri, illanguidimenti improvvisi e dolcezze, tutte qualità che si sono espresse in grande anche sul palco della Carnegie Hall; Winter è un cantautore e quando dico questo intendo dire che lo è davvero, scrive testi che sembrano tenere conto delle parole e delle storie intime di molti venuti prima di lui e lo fa in un disco che sembra orbitare tutto tra dolori musicali e amorosi e che se da un lato mi ha fatto pensare alle ultime prodezze di Alex Turner (l’incipit della sua “Star Treatment” mi sembra riverberare molto nella “The Rolling Stones” di Winter) dall’altro mi ha spedita più indietro nel tempo, dalle parti dell’immaginario linguistico di gente tipo Bob Dylan quando diceva cose come
She knows there’s no success like failure
And that failure’s no success at all
quando era giovane, insomma. Ecco allora un’altra cosa che mi pare importante segnalare: c’è bisogno delle abrasioni della giovinezza, del loro valore scomodo alla società del benessere, del loro modo imperioso e decisivo di stare radicalmente nelle cose, anche nelle cose del suono, e questa è un’altra cosa che Cameron Winter possiede.
“Heavy Metal” è un grande disco uscito lo scorso anno, io l’ho ascoltato dopo, all’inizio di questo 2025 ora in chiusura (ascolto i dischi, se appena mi è possibile, solo quando viene a me e non quando me lo dicono classifiche e uscite e questa cosa è parte integrante di una scelta anche politica su come fare questo mestiere), ricordo di averlo ascoltato dopo averne visto la copertina, aver pensato che Cameron Winter somigliasse ad Adam Green, un altro cantautore che ho molto amato quando avevo vent’anni e a cui vorrò bene per sempre. A volte i grandi incontri si annunciano con una faccia che te ne ricorda un’altra che hai già visto o che hai solo sognato e non sai quando (credo di aver sognato il volto di mia moglie per tutta la vita prima di incontrarla). Con tutte le sue storture e specificità linguistiche nelle scelte più scarne ma anche in quelle più sghembe (grida improvvise, discese morbide), “Heavy Metal” mi ha conquistata piano e per sempre e ora non faccio che pensare, come molti e molte, a quel concerto di spalle, a cosa deve significare per un ragazzo di Park Slope suonare nel più grande music theatre della sua città che è anche il centro dell’occidente. Ci sarà andato in metro come in queste foto con Debbie Harry e un auricolare ciascuno? Non credo (ma lo spero).
Una cosa bella dentro una cosa triste
Il registra Rob Reiner e sua moglie Michele Singer Reiner sono stati uccisi dal figlio che li ha accoltellati nella loro casa di Los Angeles. Ho letto questa notizia spaventosa nel dormiveglia, la mattina in cui ha iniziato a diffondersi sui giornali e la prima cosa che ho pensato è la dicotomia tra questa morte così terribile e nera e il sentimenti di assoluta emozione felice e tenerezza che i film che Reiner ha girato hanno prodotto in me per tutta la vita. Stavo ovviamente pensando a When Harry met Sally che per quanto mi riguarda è l’apoteosi delle romcom insieme a Quattro matrimoni e un funerale e anche se qualcuno obietterà citandomi cose dove il nero c’è eccome, tipo Stand by me o Misery non deve morire, non importa: se hai girato film sceneggiati da Nora Ephron creando una di quelle coppie straordinarie della storia del cinema, è lì che andrà la mia attenzione.
La verità è che ho guardato i film di Rob Reiner sempre e da sempre. Non so se vi capita con qualche regista: per anni quasi non sapete il suo nome o lo dimenticate sempre, però a un certo punto capite che tutta la costellazione cinematografica che ha messo in piedi nella sua vita ha accompagnato la vostra storia, vi riguarda, ha segnato la vostra formazione. Non sono la prima e non sarò certo l’unica a dire quanto il cinema di Reiner appartenga alla storia della weltanschauung di tanti nati nella mia generazione, i figli degli anni ‘80, della prima metà, specialmente. Come uno dei miei registi preferiti, Sidney Pollack o quasi come il mio numero uno, Woody Allen, Reiner ha scritto la mia idea di cinema americano di consumo e in qualche misura la mia idea di Stati Uniti d’America, quando ancora ero una ragazzina e da lì l’ha fatto per sempre. Parlo di cinema di consumo perché non sto parlando del cinema di Altman o di Scorsese, autori straordinari che vedo spesso ma non a cadenze estremamente ravvicinate, ma di quei film che non smetto di vedere mai, che potrei guardare (e lo faccio, sappiatelo, lo faccio eccome) in ogni momento, con ogni umore, incessantemente nel tempo della mia vita. I loro sono i film che posso guardare ogni giorno, uno dopo l’altro, per tre anni nelle vacanze di Natale (stanno arrivando!), film che sono come il dizionario dei sinonimi per me: un libro da aprire ogni giorno, in cui scoprire una cosa nuova sempre. Li guardo per ridere, per piangere, per ricordarmi di qualcuno, per dimenticare qualcuno, li guardo anche per non guardarmi, in certe sere stanche e solitarie della mia vita li ho guardati anche solo per avere compagnia, per addormentarmi con qualcuno, cercando qualcosa che ancora non sapevo bene cosa fosse, un po’ inconsapevolmente, come fanno, ho fatto attenzione, tanti protagonisti dei suoi film.
Una cosa bella da stampare e tenere nel portafogli
Vogliate accettare questo mio biglietto di Natale (e sotto il suo video).
Aneddoto: narra la leggenda che Paul McCartney abbia scritto questo pezzo il giorno di Santo Stefano (in inglese il boxing day) con il synth che Linda le aveva regalato il giorno prima.

















I tuoi Intervalli sono carezze. É sempre molto bello leggerti ♥️
La regia di Sleepless in Seattle è di Nora Ephron