Secondo Intervallo
Lasciati baciare col Letkiss
Benvenute e benvenuti alla seconda puntata di Intervallo, la mia newsletter, questa volta scritta in parte a casa a Milano e in parte di notte, seduta sul letto di un hotel di Londra, dove mi trovo questa settimana per lavorare e per esplorare, due cose che alla fine (e al principio) sono di frequente la stessa per me e che sono anche all’origine di molto di quello che troverete in questa e nelle puntate di Intervallo che verranno.
Prima di cominciare vi ricordo come sempre che troverete i link delle cose di cui scrivo in questa puntata alla fine della lettura, in una piccola sitografia.
Una cosa (spero) bella che ho fatto
Ho fatto (dunque ho scritto e raccontato) un altro podcast. Si chiama “A tutte le ore” e la prima puntata esce oggi 20/11. Il progetto, realizzato con Chora Media che ormai è la mia casa per il mondo del racconto a voce, è stato concepito con il Politecnico di Milano e l’Università Statale di Milano. Se lo ascolterete dentro troverete le tappe centrali di un viaggio in alcuni spazi fondamentali della storia della città di Milano che sono stati crocevia importantissimi per il mondo dell’arte e della creatività milanese, nazionale e internazionale. Si parte con il Bar Jamaica e dopo di lui ci saranno il Caffè Craja, il Bar Basso, il Santa Tecla e il Plastic (non in questo ordine): sono luoghi che fanno parte della storia della città, che hanno cresciuto artisti, scrittori, designer, architetti, fotografi che hanno offerto alla città un modo nuovo e unico nella storia di concepire il tempo e le giornate prima che il denaro e il capitalismo si mangiassero tutto e distruggessero moltissimo di Milano e delle nostre vite soprattuto; sono luoghi fisici ma sono anche luoghi del pensiero di Milano, dell’immaginario di un Paese che in gran parte non esiste più e da cui dovremmo imparare moltissimo per migliorare il Paese di oggi. Ieri sera abbiamo presentato il podcast allo Spazio Voce in Triennale, un luogo straordinario dove amerei trascorrere le mie giornate, incontrare persone, ascoltare dischi e parlare poi di quei dischi e di altre meraviglie. C’erano tantissime persone ieri ed è stato importante poter parlare di un mondo in cui le persone uscivano di casa per incontrarsi senza alcun fine se non il piacere della condivisione, di imparare qualcosa da altre e altri, di stare insieme, è stato importante parlarne in una serata in cui questa cosa è successa. Milano si è trasformata in un eventificio, in un posto in cui le persone escono per esserci e non per stare con gli altri, è una cosa che soffro molto, sia a livello personale, identitario, sia in ottica collettiva. Fare questo lavoro è stata per me una scelta doppia: una scelta di autrice e una scelta politica. Con me troverete a chiacchierare moltissimi personaggi di quelle diverse Milano, alcuni sono diventati artisti di fama internazionale, altri hanno semplicemente fatto la storia. Ho trascorso un mese a fare solo interviste, girando su e giù per la città, per la regione, per l’Italia. Solo nella prima puntata ci sono Uliano Lucas, uno dei fotoreporter italiani più importanti e straordinari in misura assoluta, che ha formato in modo straordinario la lente dei miei occhi dal punto di vista estetico e politico, e Ugo La Pietra, di cui amo da decenni il lavoro, anche quello strettamente politico e filosofico sulla concezione della città contemporanea. Se avrete voglia di dare un ascolto lo trovate ovunque, una puntata alla settimana da oggi e per sempre. Idealmente questo podcast è anche connesso a una pagina Instagram di cui parla la medesima lingua tematica e umana, una pagina che si chiama Casedellavetra.
Una cosa bella che ho ascoltato tanti anni fa
Sono morte le gemelle Kessler insieme, così tanto estremamente gemelle dopo il gesto di scegliere il suicidio assistito praticato in contemporanea, che mi viene quasi da mettere in maiuscolo anche la parola gemelle davanti al loro cognome. Da sorella maggiore di due gemelle omozigoti ammetto che l’accaduto rappresenta per me la vetta che credevo nonostante tutto irraggiungibile, delle possibilità dello stupore da provare nei confronti di un tipo di relazione che osservo da vicinissimo da quando avevo 8 anni e che mi è sempre parsa qualcosa di smisurato e inconoscibile per me e per il mondo, per chi non ne faccia insomma direttamente parte (dunque per uno dei *due* in causa). In fondo, pensavo oggi seduta in una caffetteria di Portobello Road mentre leggevo le notizie sulle due signore, queste figure e questi corpi hanno rappresentato il desiderio casto (ma pronto con l’occhiolino) di un’Italia pre-sessantottina e soprattutto qualcosa di terribile, cioè la voglia dell’establishment televisivo di offrire allo spettatore e alla spettatrice l’antico, orribile e perverso piacere di osservare il freak in scena, un essere che ci hanno abituati a immaginare come informe (Elephant Man, Freaks etc.) e invece poteva essere anche in forma, avere gambe lunghe due metri e un’eleganza speciale nel ballo - e tuttavia essere in TV perché doppio, perché parte di qualcosa di naturalmente e visivamente inconsueto, imprevisto, com’è strutturalmente la gemellarità. Forse anche per questa ragione fatico a trovare semplicemente romantico l’atto di non separarsi neppure nella morte, finendo col vedere lì dentro non tanto o non solo il gesto estremo della separazione mancata ma l’ennesima occasione offerta a un pubblico in estasi di fronte allo spettacolino dei diversi. Cerco qualcuno che la pensi come me e meglio di me qua e là e non lo trovo, fino a quando leggo su Facebook questo commento della bravissima scrittrice e giornalista Sarah Gainsforth: “(…) La simbiosi tra gemelli (lo dice una gemella) é quanto di più malato ci possa essere, é una disfunzione, non é sano, altro che romantico. I gemelli sono individui, e se un gemello salta il processo di individuazione non é una bella cosa. Mi chiedo quanti casi di simbiosi derivino da un condizionamento sociale - perché i gemelli uguali, che non si differenziano, piacciono agli altri. Le sorelle Kessler sono diventate uno ‘spettacolo’ della natura facendo leva sulle aspettative della società che tendenzialmente ti vede come un numero da circo. Ci ho combattuto per tutta l’infanzia con quello sguardo e i vari ‘ah siete come le sorelle Kessler!’ ogni tre per due. Cioè non solo assomiglio a mia sorella e nessuno che si sforza di distinguermi, somiglio pure alle sorelle Kessler!!! Che incubo!!! Poetico un cavolo. (…)”.
In ogni caso, dal punto di vista artistico, per me non c’è “Dadaumpa” che tenga, io penso solo al “Letkiss”. Il Letkiss o Let’s kiss o Letkis o Letkajenkka è un ballo finlandese che ebbe diffusione nei primi anni ‘60, una danza figlia del precedente Bunny Hop (nato alla Balboa High School di San Francisco nel 1952) in cui i movimenti di alcune parti di gambe e piedi, talloni e punte, è particolarmente importante. Come capirete si tratta dunque di qualcosa di perfetto da affidare alle gambe mediatiche e moltiplicate più famose d’Italia, e mentre tutte e tutti sono intenti a darsi al twist e al chachacha, le Kessler optano per un Letkiss, di certo meno mainstream. Il pezzo esce in italiano con testo adattato per noi da Vito Pallavicini, paroliere vigevanese e firma di molte uscite di successo dell’epoca, tra cui non ultimo il testo di “Azzurro” di Paolo Conte. Siamo nel 1963 e “Lasciati baciare col letkiss” è il lato B del 45 giri di “La notte è piccola”, sul disco campeggia la scritta: Le gemelle Kessler vi presentano il letkiss, il ballo dell’anno, la musica è infatti quella originale di Erik Lindström: ha qualcosa di crudele, di drammatico, di spaventoso, qualcosa che si contrappone emotivamente al testo in modo molto spiccato e inevitabilmente accentuato dalle due voci che cantano all’unisono.
Non credo sia un caso, proprio nell’ottica di questo dramma travestito da balletto allegro, che questo pezzo sia stato inserito nella colonna sonora di “Io la conoscevo bene”, il capolavoro di Antonio Pietrangeli del 1965. Quando vidi il film la prima volta rimasi non solo incantata e insieme inquietata dalla storia di questa giovane attrice che le prova tutte per sfondare nel cinema e finisce col vendersi disperatamente a un mondo che non accoglie ma respinge e intanto usa, sfrutta, distrugge, fa perdere il rispetto di sé; non solo rimasi estasiata dalla lingua di Pietrangeli così ironica, cruda, sfacciata e raffinatissima ma pure da come era riuscito a far parlare, in questo senso, la scelta delle musiche. Non esistevano allora modi per recuperare questa colonna sonora: né il commento originale di Piero Piccioni, né le canzoni dell’epoca scelte né, in alcuni casi, i loro titoli (non era ancora stato inventato Shazam e di molte di loro non c’erano tracce online). Cercai di risalire ai titoli e insieme a Eclisse Twist di Mina (con testo di Ammonio, nome in codice di Michelangelo Antonioni) mi innamorai di questo pezzo delle Kessler, collocato in un frammento di film apparentemente di passaggio, di transito narrativo, in realtà perfetto per lui. Lo metto qui sotto, anche se è probabile che fuori dall’intera pellicola, decontestualizzato, abbia senso solo fino a un certo punto. La nostra protagonista, una Stefania Sandrelli da annali del cinema italiano, cede alle avances telefoniche di uno spasimante, affidandosi per l’ennesima volta al sogno vano di trovare un posto nel cinema, il 45 giri delle Kessler parte da uno di quei giradischi a valigetta tanto diffusi all’epoca, Sandrelli appende il telefono e in vestaglia di seta comincia a ballare questa canzoncina fint’allegra che efatizza il suo dramma, le sue aspirazioni sciocche in un modo orribile, che la tiene chiusa in un palazzone alla periferia di Roma col sogno di sfondare a Cinecittà.
Se non l’avete visto, correte a vedere questo film eccezionale e date un orecchio, o tutte e due le orecchie, alla sua colonna sonora.
Un disco bello appena uscito (o quasi)
In questo caso il quasi funziona al contrario, visto che il disco di cui vi voglio raccontare oggi deve ancora uscire, lo trovate infatti disponibile ovunque da domani, 21/11. Si intitola “Azzurra”, l’ha ideato e scritto Alberto Bazzoli, un pianista e, a lente più allargata, un musicista e compositore che considero un fuoriclasse. Alcuni di voi forse conosceranno già Bazzoli perché da qualche anno scrive e suona con i Baustelle, altre e altri di voi lo conosceranno da ancora prima, visto che da tempo gira l’Europa con i Superpop, una band che, fedelissima al suo nome, porta in giro una concezione superiore di pop tra feste private, lunghe notti negli Grand Hotel, e un’idea di intrattenimento selvatico e insieme rigorosissimo. Bazzoli arriva da Forlì e porta dentro di sé e fuori, nel suo lavoro, un ideale speciale e antico molto romagnolo proprio dell’intrattenimento musicale al punto che spesso ho pensato che se Secondo Casadei fosse nato decenni più avanti forse avrebbe le fattezze di Alberto. I Superpop mi hanno sempre fatto pensare, infatti, a una versione rivista e corretta del carrozzone magico che ogni sera portava il liscio da qualche parte per fare poi ritorno a casa (dopo ciascuna delle serate), per Bazzoli non si tratta di liscio ma di pop e tuttavia rimane viva l’idea di uno spettacolo itinerante e impeccabile in ottica imprenditoriale che cerchi di intrattenere, prima di tutto, e che si assuma la responsabilità del piacere del pubblico, dell’offerta generosa di momenti di piacere in una vita di doveri e di lavoro. Questo fu il liscio, questo è il Superpop.
Ma ora parliamo di Azzurra che se ne esce per la Icaro Dischi, dello stesso Bazzoli, distribuito dalla meravigliosa etichetta Cinedelic, romagnola anche lei, a distanza di un anno esatto da Missori, primo lavoro solista del muscista. Siamo nel mondo della musica strumentale, in cui la parola, se proprio la cerchiamo, è affidata tutta all’immaginario. Se Missori ambientava Milano, esistendo a partire dall’approdo urbano e dal trasferimento dell’autore in città in via definitiva, offrendo in più momenti l’idea di un setting da appartamento e in continua orbita tra esterno e interno, con Azzurra siamo sulla costa, la Costa Azzurra appunto, che è una, certo, ma che idealmente è ogni costa, perché ognuna è Azzurra a modo proprio. Da diversi anni sono innamoratissima della Costa Azzurra, in particolare del modo in cui la Liguria ci scivola dentro, la costa, appunto, si trasforma, si trasforma la lingua insieme lentamente e all’improvviso e infine si trasforma l’idea di spazio marittimo e cittadino, come nella fusione di due creature in una sola, in un ibrido unico e dentro i miei sogni completamente irripetibile. Anche la storia dentro questo secondo concept di Bazzoli lavora, mi pare, su un’idea di fusione, forse amorosa, forse tra la natura umana e quella della costa, delle rocce e del mare, sospesa tra una strada provinciale che unisce la villa di Nellcote dove i Rolling Stones incisero Exile on Main St. nel 1971 a quella progettata da Eileen Gray e il Cabanon di Le Corbusier a Roquebrune-Cap-Martin, sopra alla spiaggia e al mare in cui l’architetto morì. C’è un carico sentimentale speciale e fortissimo, appassionato e giocoso in Azzurra, nel suo groove pieno di suggestioni esotiche (ed erotiche), in cui french touch e jazzate magiche flirtano acide con la forma canzone, con il pop più sfacciato. Tra acanti e grotte blu, insegne di hotel brutalisti e appartamenti estivi che sono colate di cemento nell’atto di rinascere come vive creature affacciate sul mare, tra bevande colorate e il ricordo di Brigitte Bardot in sandali di cuoio, il lavoro di Bazzoli è una concessione nuda alla memoria, un canto di sirene lontanissime che hanno ritrovato il fiato in un’estate nuova. Bazzoli ha scritto musiche ricchissime che sono esercizi di sogno da library italiana oltre le nostalgie e poi, con la sua fedele crew di amici e collaboratori - il fotografo Dave Masotti, il produttore, musicista e ideatore di mondi Jolly Mare nonché Riccardo Corda (per la sottoscritta il miglior grafico italiano di copertine di dischi su piazza) - le ha trasformate in una storia romantica. La musica dovrebbe essere e fare sempre così. Fare ed essere contano in misura uguale, questa secondo me è una delle belle lezioni di dischi come questo, di modi di lavorare come quello di Alberto Bazzoli.
Una cosa bella che sta per uscire
Il 22 novembre esce un nuovo numero cartaceo di Rolling Stone interamente dedicato a Lucio Corsi. All’interno c’è una mia lunghissima intervista confidenziale realizzata nell’arco di 24 ore in Maremma insieme al fotografo Ray Banhoff. Anni fa avevo fatto una cosa analoga per un magazine indipendente meraviglioso che si chiama Sali & Tabacchi: erano altri tempi (straordinari), Sanremo era ancora lontano ed è stato bello tornare adesso, misurare la temperatura, riuscire a passare altro tempo lungo e di scrittura con Lucio a distanza di anni (pochi) e cose accadute (molte).
Nell’intervista mi sono dimenticata di scrivere che per Lucio ascoltare Paul Simon è, parole sue, come mettere le orecchie nel cotone. Questo mi piace: poter parlare in questo modo, a questo livello di musica: un modo poetico e insieme effettivo, che scomoda felicemente il corpo perché la musica è un fatto che riguarda i nostri corpi e questo Lucio non lo scorda mai, pur nelle piroette della sua immaginazione. Abbiamo bevuto cappuccini, attraversato stradine vorticose in automobile, parlato tanto e anche taciuto. Guardato le stelle,
Questa è una foto di backstage che ho scattato in quelle ore, io scatto te, tu me e intanto mangiamo caramelle, le sigarette moltiplicano loro stesse (io però ho smesso) e si prova a ordinare ciò che non è ordinabile mai: la creatività, il senso. Oggi e ieri. Domani come dopodomani. Forse in effetti tra anni lo riferemo, a cadenze irregolari tornerò in Maremma e metteremo le orecchie nel cotone.
Una cosa bella da stampare e tenere nel portafogli
I link di questa puntata
Ascolta “A tutte le ore” (si trova su tutte le piattaforme)
Scopri le fotografie di Uliano Lucas
Guarda "Io la conoscevo bene" (gratis su Rai Play)












Che brava Giulia! Del cotone per gli occhi :)
Adoro anche lo scatto di/con Lucio, una pratica che mi ha ricordato la foto di Annie Leibovitz
(soggetto) presa da Eve Babitz prima che lei la fotografasse. Grazie!
C'è un podcast nuovo. Daje, non vedo l'ora